La parola della settimana: 'Futuro' (di Massimo Sebastiani)

Redazione ANSA

Che cosa è successo al futuro? Perché il presidente Draghi ha voluto sottolineare che è necessario ritrovare e riscoprire il ‘gusto del futuro’? Perché ha sentito il bisogno di evocare questa parola con un’espressione che qualcuno ha addirittura definito bonariamente una provocazione? E non solo in quell’occasione, cioè nell’incontro con le Regioni di fine marzo. Draghi ha parlato, abbastanza ovviamente, di ‘futuro in gioco’ (il futuro è sempre, per definizione, in gioco: il problema semmai è a che gioco stiamo giocando) e, ancora meglio, di ‘debito di futuro’ per mettere l’accento sul quel gigantesco elefante che si muove nella stanza del futuro e cioè i giovani, verso i quali è necessario assumersi la responsabilità e l’impegno di un progetto, che è l’essenza stessa della nostra esistenza, individuale e collettiva.

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Infatti la parola futuro è proprio una declinazione dell’essere: è il suo participio futuro, indica ciò che sarà, ciò che verrà. Quando però lo sguardo che si proietta avanti è frenato, nel migliore dei casi dalla nostalgia e dal rimpianto per qualcosa che è stato e che non sarà più, nel peggiore dalla sfiducia e dall’immobilismo, come nel brano di Leonard Cohen intitolato appunto The future, allora c’è qualcosa che non quadra.
Nel caso di Cohen è l’impossibilità, almeno così la vede il poeta di Montreal, di rinnovare la propria vita, persa nei massacri – non è mai chiaro a cosa si riferisca esattamente la parola – del mondo in cui si trova a vivere ora. E infatti il testo inizia con una espressione che verrà ripetuta più volte e che è la chiave di tutto: give me back, restituiscimi. E’ questo il punto: non vedo niente di buono all’orizzonte, non spero di poter avere nulla di quello che mi è piaciuto e mi ha dato vita prima, fosse anche, come canta Cohen, la droga, le notti sfrenate, Stalin o il Muro di Berlino, dove alcune di queste cose non sembrano propriamente auspicabili e desiderabili. La voce narrante in questo caso sembra essersi unita alla processione degli accidiosi seguaci del pensiero aurorale, di chi pensa che prima era sempre meglio e che quello che ci aspetta è sicuramente peggio.

E non è una questione che abbia necessariamente a che fare con gli stenti e le difficoltà della vita, con le brutture che ci sono intorno: il secolo breve, il Novecento, l’epoca delle guerre mondiali, della violenza e degli stermini si è aperta con la più rivoluzionaria e visionaria prospettiva sul futuro, anticipatrice e proverbiale visto che oltretutto è passata alla storia con il nome di Futurismo: il primo grande movimento di avanguardia artistica - italiana, possiamo dirlo con un po’ di orgoglio – che più e meglio delle altre (cubismo, surrealismo, dadaismo) coinvolse non solo più arti (pittura letteratura musica) ma la vita stessa (dalla gastronomia agli abiti, e molto prima che esistessero couturier, stilisti e chef televisivi).
E il motivo è spiegato nel celebre Manifesto dei pittori futuristi da Filippo Tommaso Marinetti, padre del movimento e dell’idea stessa di avanguardia: “Compagni! Noi vi dichiariamo che il trionfante progresso delle scienze ha determinato nell'umanità mutamenti tanto profondi, da scavare un abisso fra i docili schiavi del passato e noi liberi, noi sicuri della radiosa magnificenza del futuro”.

Ecco, il punto è proprio questo: il futuro nella sua radiosa magnificenza, che ci riporta alla mente anche l’altra celebre espressione, quella contenuta nella Ginestra di Giacomo Leopardi, dove si parla di ‘magnifiche sorti e progressive’ considerando anche che questo progresso, questo avanzare della fiumana umana e della storia non è privo di dolore. Ma questo dolore (le guerre, le crisi economiche, i regimi totalitari) non toglie il gusto del futuro. Cioè di qualcosa che non si vede, e per questo può anche far paura, ma che si progetta e si costruisce da ora in poi, momento dopo momento.

Ci sono culture, spesso citata è quella andina degli Aymara ma anche nella Grecia antica è così, per cui il passato è quello che sta davanti perché si vede e il futuro quello che ci arriva da dietro perché sorprende. E le tracce di tutto questo non si sono perse nelle lingue moderne, basti pensare all’inglese before, che significa prima (dunque nel passato dal punto di vista temporale) ma anche davanti, dal punto di vista spaziale. E la confusione è replicata in francese (avant) tedesco (bevor) sloveno romeno serbo ebraico ecc. Come è stato spiegato in entrambi i casi ci si riferisce a ciò che gli occhi, fisici o mentali, vedono: il passato nel tempo e ciò che ci sta davanti nello spazio. Per questo il futuro può fare paura ma nel futuro occorre sperare, come canta in una delle sue canzoni più celebri Lucio Dalla.

Lucio Dalla - Futura (Official Video) da Youtube

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