Politica

Pd ottimista su voto e non si esclude congresso prima

Letta: 'Oltre 3 città su 5 è un trionfo'. Iv guarda a Calenda e +E

Se all'inizio si presentava come una corsa a ostacoli, per Enrico Letta la prima prova di voto da segretario sembra ora prefigurarsi come una strada in discesa, almeno se le aspettative dem saranno rispettate. L'asticella la mette Enrico Letta: "Le grandi metropoli sono 5, per me due su cinque non darebbe un risultato soddisfacente, tre su cinque sarebbe soddisfacente, oltre sarebbe un trionfo".
In nome dell'unità, in campagna elettorale il dibattito interno al partito è rimasto sottotraccia. Dopo il voto, però, i distinguo avranno modo di riaffiorare, sia in vista della partita del Quirinale sia delle politiche. Uno dei temi che già si affaccia è quello del rapporto fra il Pd e il presidente del consiglio, Mario Draghi: se la coincidenza fra l'agenda del governo e quella dem mette quasi tutti d'accordo, fa discutere il ruolo che l'attuale premier potrebbe essere chiamato a giocare in futuro. In tutto questo, per questioni di equilibri, di alleanze e pure di calendario, torna a serpeggiare la parola congresso.

Enrico Letta intende arrivare al 2023 con il Pd nelle vesti di perno del governo Draghi e di federatore di un centrosinistra che dialoghi con il M5s, in vista di una contesa alle urne con lo schieramento di Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Alla luce di un voto amministrativo che, nelle previsioni, dovrebbe rinsaldare il ruolo del segretario al Nazareno, il dibattito interno al partito potrà aprirsi sulle alleanze, visto che l'avvicinamento alla squadra guidata da Giuseppe Conte non convince tutti i dem. L'ex capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, battitore libero della corrente di ex renziani Base Riformista, ha già evocato la parola congresso e potrebbe tornare ad auspicare che venga anticipato alla primavera o all'autunno 2022. Per il Nazareno, parlare adesso dell'assise è lunare, ma alcune fonti parlamentari Pd non escludono che possa essere lo stesso Letta, dopo la partita del Quirinale, a chiamare il congresso, affinché si svolga prima dell'estate 2022. Sulla scelta della data pesa anche il calendario: la scadenza naturale sarebbe marzo 2023, che però è anche tempo di elezioni politiche e, soprattutto, di liste.

Anche il dibattito sul ruolo di Draghi si sta facendo largo nel Pd - ma in generale nella politica italiana - sia per la partita del Colle, nel 2022, sia per quella delle politiche, nel 2023.
Se Draghi resterà premier fino a fine mandato, c'è infatti la possibilità che il suo nome sia papabile anche per il dopo, specie se l'esito delle elezioni 2023 non dovesse dare chiare indicazioni sui rapporti di forza fra gli schieramenti. Dal Pd c'è "una spinta al governo ad andare avanti fino a scadenza naturale", ha ribadito Letta. Ma intanto, fra i dem sono cominciate le prese di posizione tra chi chiede di non sovrapporre l'agenda del governo Draghi a quella del Pd e chi vorrebbe "draghizzare" il Pd. "Chiacchiere da transatlantico che hanno l'effetto di indebolire anzichè rafforzare esecutivo e capo del governo", sostiene il leader dem.

Il primo test dopo il 3 e 4 ottobre resta il Colle. Ed è proprio a quello che pare orientato lo sguardo di Matteo Renzi, che in questa tornata sembra aver preferito il basso profilo. Le amministrative potrebbero aprire una riflessione anche in Italia Viva, specie sulla possibilità di trovare 'compagni' di viaggio nelle forze estranee ai due schieramenti di centrodestra e centrosinistra, come +Europa e Azione: a Roma, i renziani già appoggiano Carlo Calenda nella corsa al Campidoglio. Le amministrative, però, potrebbero cambiare gli equilibri esterni e interni ai partiti. In caso di frenata dei Cinque Stelle, in Iv c'è chi auspica un raffreddamento dell'attenzione del Pd verso il Movimento, con il conseguente allargamento degli spazi per il dialogo con le aree renziane e limitrofe.

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