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Calligarich, il mio primo romanzo tra affondi e risalite

Il 30 giugno esce 'L'ultima estate in città'

(ANSA) - ROMA, 29 GIU - GIANFRANCO CALLIGARICH, L'ULTIMA ESTATE IN CITTA' (BOMPIANI, pp 192, euro 13.00)

Affondato e risalito più volte nel corso di quasi cinquant'anni, 'L'ultima estate in città' di Gianfranco Calligarich sta vivendo una vera e propria resurrezione. Caso letterario unico, pubblicato la prima volta nel 1973 da Garzanti, grazie all'apprezzamento di Natalia Ginzburg, dopo aver venduto 17 mila copie in un'estate e aver vinto il premio letterario Inedito, è scomparso e ricomparso sui banchetti dell'usato, è stato conteso per anni da lettori, fan e accademici tanto da farne un classico dimenticato della letteratura italiana, un libro di culto. Ripubblicato nel 2010 da Aragno e nel 2016 da Bompiani per cui torna in libreria il 30 giugno con una nota dello scrittore André Aciman, 'L'ultima estate in città' vive una rinnovata esplosione d'interesse con l'acquisizione e traduzione in 17 lingue, la pubblicazione negli Stati Uniti, un incredibile successo di vendite e critica in Francia dove Calligarich ha appena vinto il prestigioso Prix Fitzgerald e sarà ospite d'onore del Festival Italianissimo a Parigi, dall'1 al 4 luglio. E la WildSide ha acquisito i diritti per farne un film con la regia di Saverio Costanzo.

"E' successo tutto da solo, inaspettato. Questo romanzo ha avuto una vita molto travagliata. Natalia Ginzburg lo ha letto in una notte e proposto a Garzanti. Tutti lo avevano rifiutato. E' scomparso, ricomparso ma in tutti questi anni ha continuato ad essere amato. I lettori mi scrivevano, mi invitavano dappertutto, anche a Beirut, mi volevano conoscere. E' stata fatta una tesi di laurea, gli studenti lo stampavano per leggerlo" dice all'ANSA Calligarich mentre prepara i bagagli per andare a Parigi e ripercorre l'incredibile storia del suo primo romanzo, uscito quando aveva 26 anni, che in America è stato considerato al livello de Il grande Gatsby o de Il giovane Holden e per il quale in Francia è stato scritto che "passerà alla storia".

"E' un libro d'amore ma soprattutto un romanzo esistenziale. Ha resistito negli anni perché non è legato a un tempo preciso, ma a una precisa città affascinante come Roma quando ci sono arrivato intorno ai 25 anni" racconta lo scrittore che è nato ad Asmara da una famiglia cosmopolita di origine triestina, è cresciuto a Milano e si è trasferito a Roma, dove ha lavorato come giornalista e sceneggiatore e dove tutt'ora vive.

Leo Gazzarra, il trentenne colto e amante dei libri, alla ricerca di se stesso, che arriva a Roma da Milano senza una prospettiva precisa, è in fondo lui. Vaga per la città, dorme in alberghi, in case lasciate dagli amici, beve molto e combatte con l'alcol, sogna di fare un film con un amico alcolista che finirà per suicidarsi, mangia quello che trova a cene e feste. E' un uomo in transito che vive di avanzi ma non li vuole più. Ama Arianna, fragile e inquieta veneziana a Roma, in transito come lui e come tutti gli altri amici, ma è un amore sfigato il loro come tutto quello che ruota intorno a Leo che lascia dopo mezza giornata un lavoro alla Rai e vive una solitudine infinita. "Nel libro tutto è reale, tranne i nomi e il finale. Scrivo per raccontare la vita. Leo sono io, Arianna la ho incontrata recentemente, è un tipo strano, non ha mai letto il libro. Sono diventato amico di Eva, sua sorella. E' la mia storia di quando sono arrivato a Roma e di cosa ho vissuto. La città non è più quella di allora, però certe notti e in certi momenti torna brevemente a essere quello che era. La solitudine era un rifugio ed è stata distrutta dalle cose commerciali. Era un modo di vivere e amare diverso. E' difficile trovare il piacere di allora di incontrarsi di notte. Al cinema si andava alle 23.00 e si finiva all'una-due di notte alla fontana dei Quattro Fiumi a piazza Navona" dice Calligarich che ha firmato per la Rai numerosi sceneggiati di successo, tra cui Storia di Anna, La casa rossa, Tre anni, Il colpo e Piccolo mondo antico. Nel 1994 ha fondato a Roma il Teatro XX Secolo.

La solitudine di cui soffrono i personaggi de 'L'ultima estate in città' è quella di chi non vede nessun tipo di orizzonte davanti, come Graziano, l'amico alcolista di Leo. "La città assorbe tutto e non riescono a fare nulla. E' lo smarrimento che provoca il suicidio" racconta lo scrittore. Leo, ricorda Aciman, "come molti critici sottolinearono con fin troppa solerzia, è l'incarnazione di Marcello Rubini della Dolce vita (1960), e ora, col senno di poi, di Jep Gambardella de La Grande Bellezza (2013)". "Vagano e vaneggiano. In un modo o nell'altro alla fine si ritroveranno - per usare una frase ricorrente del romanzo - ad alzare le vele e andar via" come dice Aciman che individua giustamente in "sfiga, sfigato, sfinocchiato" le "parole-chiave in questo romanzo, e senza dubbio Leo è perseguitato dalla sfortuna e da un paralizzante senso di inadeguatezza".

E "non c'è ideologia, ne politica. La tengo sempre fuori" spiega l'autore che ora sta riprendendo in mano un libro che era uscito per Fazi e tornerà in libreria per Bompiani, in qualche modo è legato a 'L'ultima estate in città': è 'Privati abissi', una storia d'amore impossibile con un giocatore d'azzardo in fuga da chi lo insegue che si rintana dentro i vicoli di Piazza Navona. "Anche qui è importante la città, Roma, ma soprattutto il quartiere. Siamo nel '68 che viene vissuto dai personaggi, tutti destinati alla sconfitta, soltanto come una grande confusione" sottolinea Calligarich a poche ore dalla partenza.

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