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Nel suo nome il ricordo della Shoah e del nonno deportato

La storia di Delio Mancosu internato a Buchenwald

DI MANUEL SCORDO

Ha affidato i suoi ricordi alla prima nipote, si è mostrato a lei senza quell'armatura di uomo tutto d'un pezzo, di ex carabiniere, svelando la sua fragilità, il dolore vissuto che portava dentro e segnava la sua pelle come le lacrime facevano sul suo volto ogni volta che riviveva la sua prigionia. Quei suoi racconti dal campo di concentramento di Buchenwald, dove Delio Mancosu, nato a Siliqua nel 1924, è rimasto rinchiuso quasi due anni e mezzo, sono diventati una tesi di laurea, continuano a vivere nelle mente dell'allora nipotina e oggi donna, Sara Mancosu, e negli occhi del pronipote David, di quasi 3 anni.

"Ho scelto questo nome per mio figlio perché abbiamo il dovere di parlare della Shoah, di ricordare. Quando non ci sarà più Liliana Segre chi lo farà? - si interroga Sara in un colloquio con l'ANSA - Qualcuno deve farlo. Spiegherò a David perché porta questo nome, così ogni volta che qualcuno lo chiederà potrà parlare dello sterminio messo in atto dai nazisti. Non sono ebrea, è un modo per lanciare un messaggio di responsabilità, amore e speranza". Sara Mancosu vive a Cagliari ed è sposata con un carabiniere, proprio come lo era il nonno, scomparso qualche anno fa. "Non è stato facile parlare con lui di quanto accaduto nel campo di concentramento - racconta - era una persona riservata, pudica. Ogni volta che raccontava aggiungeva un pezzetto della storia, parlavamo da soli in una stanza, spesso piangeva ricordando quei momenti".

Delio Mancosu il 6 febbraio del 1943 diventa Allievo Carabiniere ed entra in servizio alla Legione di Roma. Sette mesi dopo, l'8 settembre, viene fatto prigioniero dai tedeschi che lo internano al lavoro nel campo di concentramento. "Fu portato via insieme agli altri commilitoni - rievoca Sara - mi raccontò di aver viaggiato per 16 ore in piedi su un treno. Arrivato a Buchenwald finì in una capanna con altri militari e personaggi importanti, mi desse che con lui c'era anche Mafalda di Savoia".

I ricordi tramandati da nonno a nipote sono come delle fotografie che congelano i momenti della prigionia e del dolore: i cadaveri, le persone scomparse, il terrore di morire di fame, quello di essere uccisi e i tentativi di fuga bloccati da una recinzione elettrificata, tanto temuta, ma che garantiva l'acqua calda. "Mio nonno si rifiutò di fare il Kapo nella sua capanna - racconta ancora la nipote - avrebbe avuto il compito di decidere della vita e della morte degli altri, ma rifiutò e visse momenti di terrore per le possibili ripercussioni. Lui nel campo aveva il compito di portare i cadaveri nei forni. Mi disse anche che precedentemente aveva lavorato in una fabbrica di armi dove si registrò un guasto e i tedeschi li accusarono di sabotaggio".

Dalla prigionia Delio Mancosu inviava lettere alla sua amata Angelina, poi diventata la moglie. "Si poteva scrivere poco - spiega Sara - chiedeva soprattutto del fratello che era entrato in Marina e non tornò. Solo una volta le scrisse: 'se torno ti sposo'". Delio lo farà dopo essere stato liberato il 13 novembre del 1945 e da quel matrimonio nasceranno tre figli. "Se io oggi sono qui, se io esisto - dice Sara - è perché abbiamo vinto noi. La Shoah fa parte della nostra storia, non ha un colore, interessa tutti. Non può essere dimenticata. Ringrazio associazioni come la Kairos di Silvio Biondi che raccolgono documenti e stanno vicine alle famiglie per non dimenticare". E oggi a Sara è stata consegnata in Prefettura a Cagliari una medaglia d'onore in memoria dei cittadini italiani costretti al lavoro coatto nei campi nazisti.
   

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