A Milano il 'realismo magico' tra stile e movimento

Dal 19 ottobre al 27 febbraio esposti oltre 80 capolavori

di Gioia Giudici MILANO

MILANO - E' una realtà così reale da farsi misteriosa e sottilmente inquietante, quella del 'Realismo magico', corrente artistica del primo Novecento cui Palazzo Reale dedica una grande mostra, aperta dal 19 ottobre al 27 febbraio. Per l'occasione, sono stati riuniti più di ottanta capolavori di autori come Antonio Donghi, Cagnaccio di San Pietro, Felice Casorati, in un allestimento curato dallo Studio Mario Bellini con Raffaele Cipolletta.

"Una modalità espressiva che, depurata dalle tensioni del futurismo e dell'espressionismo, lavora - spiegano i curatori, Gabriella Belli e Valerio Terraroli - su una nuova resa dell'immagine che si presenta agli occhi dell'osservatore come 'algida', tersa, spesso indagata nei più minuti dettagli, talmente realistica da rivelarsi inevitabilmente inquietante e straniante'". Palazzo Reale aveva già dedicato una mostra alla corrente, 33 anni fa, con lo stesso titolo di quella che apre domani, e che è una delle grandi esposizioni dell'autunno milanese. Rispetto ad allora, però, è cambiata la percezione di quello che non viene più visto solo come uno stile ma come un movimento vero e proprio, nonostante la mancanza di un manifesto e la - tutto sommato - breve durata, un decennio o poco più, con l'apice negli anni Venti. "Questa proposta sistematizza il tema e libera gli artisti - spiega Belli - dal giogo del movimento Novecento di Margherita Sarfatti. A livello narrativo abbiamo fatto una selezione accurata e rigorosa per far capire che esiste uno stile, quello del realismo magico, che non fu mai riconosciuto come un movimento autonomo, ma che nei fatti lo è". Questo a partire dalle modalità di pittura, con la riscoperta di autori come Giotto, Masaccio, Piero Della Francesca, rivisitati alla luce delle avanguardie, passando per le tematiche, che vanno oltre la triade patria-famiglia-lavoro imposta dal regime.

"Era un movimento antipolitico e questo, in anni di regime - chiosa Belli - si chiama dissenso, tanto che lo stesso Felice Casorati finì in prigione". A indicare chiaramente la posizione rispetto al regime, un capolavoro come 'Dopo l'orgia' di Cagnaccio di San Pietro, che fustiga la deriva morale del regime e non a caso venne rifiutato dalla Biennale del 1928, dove sedeva in commissione Margherita Sarfatti. Quella del realismo magico è una parabola che si esaurisce rapidamente, un po' per la potenza della corrente sarfattiana, un po' perché dagli anni 30 la pittura di regime diventa dominante. Donghi e Cagnaccio di San Pietro proseguono comunque sulla loro strada, quella di una pittura scarnificata, fatta di prospettive ravvicinate e di una critica al regime fatta in modo non esplicito, ma raccontando il reale in modo sottilmente ambiguo. Basti pensare alla donna, che da regina del focolare domestico diventa un corpo oggetto, o alle coppie raggelate come gli 'Amanti alla stazione' di Antonio Donghi e persino ai bambini, ai cui ritratti la mostra dedica una stanza tematica. Un senso di malinconia e solitudine che pervade anche il 'Ritratto della moglie sullo sfondo di Venezia' , 'Le amiche' di Ubaldo Oppi, 'Silvana Cenni' di Felice Casorati. Una visione lucidamente attonita del reale che non rimane isolata, ma viene accostata ad altre correnti come la Neue Sachlickheit (Nuova Oggettività) tedesca, altrettanto attraversata dalle inquietudini del primo Novecento.

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