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In 'Nova' Bacà indaga il valore della violenza

Romanzo divertente sulla conoscenza di sé e del proprio potere

 FABIO BACA', ''NOVA'' (ADELPHI, pp. 280 - 19,00 euro). Davide, medico chirurgo benestante e con un'esistenza e una famiglia serena, moglie, figlio più due gatti, Epaminonda e Kociss, e un cane, pare un po' il contrario del Kurt del primo romanzo di Bacà, protetto da quella ''Benevolenza cosmica'' del titolo che gli fa andare tutto anche troppo bene nella sua Londra, mentre l'altro vive in una città di provincia, Lucca, in una villa ecologica tutta di legno e a un certo punto la vita comincia a andargli storta, a diventare inquietante, a farlo sentire insicuro.
    Sono due diverse educazioni sentimentali di personaggi alle prese con le proprie debolezze, il rapporto con gli altri e l'imprevedibilità misteriosa dell'esistenza, raccontate con una lingua che si conferma pulita, letteraria e attenta alle scelte lessicali, di bel ritmo nell'andamento talvolta quasi colloquiale, ma sempre sostenuta nel gioco tra dramma e commedia, grazie a un'ottica divertita, divertente e sottilmente ironica.
    Un giorno la moglie Barbara, che fa la logopedista, viene importunata in maniera molto aggressiva da un avventore ubriaco in un ristorante dove è col figlio Tommaso ad aspettare Davide, che arriva, vede tutto da lontano e, come paralizzato, non interviene, anzi cerca di nascondersi per non farsi vedere, sinché è un uomo sconosciuto a intervenire con decisione e a mettere a terra l'aggressore, dopo di che se ne va via subito.
    Inizia da questo episodio il percorso di crescita e cambiamento di Davide, respinto dalla violenza ma attratto da quella figura che con la forza di poche mosse ha immobilizzato l'altro. E' un uomo che si professa ''geneticamente inabile alla violenza'', nascondendo così anche quella sua paura e vigliaccheria che conosce e quel giorno ha visto venire allo scoperto davanti a fatti che lo fanno esclamare, come faceva sua madre ''Che mondo!'' quale ''sintesi della sua filosofia di vita''. Del resto un comportamento molto timoroso lo ha col primario che lo maltratta e anche con un vicino, Massimo Lenci, che ha una discoteca che è stata fatta chiudere in seguito a una denuncia proprio di Davide per i troppi decibel della musica sino alle ore piccole. Un giorno che questi lo ferma mentre esce in auto, quando si muove alzando un braccio subito, con la sua immaginazione da chirurgo, lo vede pronto a strappargli la camicia per insinuare ''le dita tra le cedevoli miofibrille, divaricandogli le cartilagini in un fulgore scarlatto di fluidi e tessuti recisi'' per strappargli il cuore, senza che lui opponga resistenza.
    Quando una sera, a un semaforo, riconosce in un auto il salvatore della moglie, decide di seguirlo dicendo a se stesso di volerlo ringraziare, ma questi deve essersene accorto perché all'arrivo riesce a dileguarsi, per ripresentarsi il giorno dopo da lui in ospedale a chiedere chiarimenti su tale comportamento di uno sconosciuto. Si presenta, è Diego che vive in una comunità Zen in modo quasi monacale e, come si è recato in ospedale, poi si presenterà a casa dalla moglie. A Davide spiega la necessità di vivere avendo il potere di sé nelle proprie mani, il che significa avere il potere anche sugli altri, un potere che è non rifiuto, ma controllo della violenza e lui pian piano ne è sedotto e inizia a andare in palestra o a seguire l'amico in una sorta di riti di iniziazione: ''non c'è nulla di più stupido che credere che il mondo non ti tocchi solo perché ti rifiuti di ammettere che possa'', quindi non si può ''continuare a far finta che certe cose non esistano solo perché mi ripugnano''. E così, messo davanti al paradosso della violenza tra rifiuto e necessità, Davide andrà cambiando e coinvolgerà nel suo percorso pericoloso anche il figlio Tommaso e l'amico di questi Giovanni, figlio del vicino Lenzi, sino a un finale ansioso ma positivo e aperto.
    Il romanzo è preceduto, introdotto da una pagina in cui Bacà rievoca la nota vicenda di cronaca di Kobobo, un immigrato del Ghana che sente voci e armato di un piccone uccide tre persone a Milano. Durante la mattinata ne aveva aggredite cinque, ma nessuno aveva segnalato il fatto alla polizia: ''è qualcosa che non ha molto a che fare con la logica.... credo che la maggioranza delle persone non sia preparata a un evento psichicamente traumatico come un'aggressione brutale''. Non si tratta di indifferenza, scrive l'autore: ''il problema è che abbiamo perso il contatto con qualcosa di essenziale dentro di noi'' e ''per quasi tutti noi la violenza è un fatto emotivamente alieno''. (ANSA).
   

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