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Tornano i Karamazov in una nuova traduzione

incisiva, di Zonghetti per Einaudi, per 200 anni di Dostoevskij

(ANSA) - ROMA, 02 GEN - FEDOR DOSTOEVSKIJ, ''I FRATELLI KARAMAZOV'' (EINAUDI, 2 Volumi: pp. 454 e 608 - 32,00 euro - Traduzione di Claudia Zonghetti)

Si sono celebrati da poco i duecento anni dalla nascita, l'11 novembre 1821, di Fedor Dostoevskij considerato da molti, a cominciare da Joyce, il padre principale della letteratura moderna, autore di romanzi complessi e profondi, divenuti punti di riferimento imprescindibili. Tra questi, forse il suo risultato più importante resta ''I fratelli Karamazov'', pubblicato nel 1880, nemmeno un anno prima della sua morte. In occasione della ricorrenza Einaudi, che ha in catalogo da molti anni la traduzione di Agostino Villa di questo grande romanzo, in tutti i sensi visto che supera le mille pagine, ne ha affidata una nuova a Claudia Zonghetti, uscita in questi giorni.

Per cercare di capire la differenza tra questi due lavori basta citare queste poche righe della fine del romanzo prima nella versione di Villa, poi in quella di Zonghetti: ''Bene, e adesso terminiamo i discorsi, e rechiamoci al pranzo funebre. Non turbatevi, se dovremo mangiare le frittelle. Si tratta, non è vero?, di qualcosa di antico, d'eterno e, per di più, c'è del buono! - ruppe a ridere Alesa. - Suvvia, andiamo dunque! Ormai, ecco, possiamo prenderci per mano''; ''Bando alle ciance, ora, e andiamo tutti al pranzo funebre. E che non vi turbi di mangiare i bliny. E' un'usanza antica, eterna, che ha anche del buono - rise Alesa - Andiamo, su! E teniamoci per mano, adesso''. Tra le due versioni dello stesso brano, c'è la differenza di un'intera riga di lunghezza, dovuta a una diversa scelta linguistica e stilistica evidente, che va dalla punteggiatura a una maggiore icasticità. La seconda ci pare abbia una più nitida messa a fuoco, un uso degli aggettivi e un'attenzione alle definizioni più curati e precisi, evitando ogni coloritura. Potremmo anche semplificare dicendo che quella di Zonghetti è più moderna, ma il problema in realtà è quello di come e perché si è arrivati a fare certe scelte espressive. ''Potremmo dire che Fedor Dostoevskij non ha una lingua sua, ma una capacità mimetica, un adattarsi ai vari generi, usando un ventaglio notevole di stili, in cui fa parlare i suoi personaggi - spiega l'autrice - e la sua modernità è proprio in questo e nell'evitare la bella scrittura letteraria, attingendo all'alto e al basso tutto quel che gli serve, puntando a un'oralità, a un tono quasi di parlato''.

Zonghetti per rendere tutto questo, per cercare di avvicinare l'italiano, pur nella inevitabile diversa sonorità, alla cadenza e il ritmo dell'originale, racconta che si è abituata a rileggere e rivedere il proprio lavoro ascoltando in contemporanea l'audiolibro in russo del romanzo. Leggere un'opera, specie se del passato, in traduzione è una fortuna, perché ce la ritroviamo via via, nelle varie versioni, sempre in una lingua contemporanea che non necessita di mediazioni culturali e quindi che ci coinvolge in maniera più diretta, ma assieme c'è la sfortuna, se così vogliamo dire, che, come è facile capire, si tratta ogni volta necessariamente di un'interpretazione, di ciò che vi ha trovato il traduttore, anche di personale, come personale è sempre la lettura di ognuno di noi. Tra l'altro, proprio per il suo mimetismo e gioco polifonico Dostoevskij è di una ''ricca varietà linguistica e passa dall'efficacia semplice della letteratura popolare al gergo giudiziario (imparato quando aveva fatto il cronista nei tribunali) o punta su un realismo vivace e parlato per dare note macchiettistiche a certi personaggi, passando dal registro drammatico a quello comico, anche se la sua comicità ha sempre una nota di fiele''. ''I Fratelli Karamazov'', aspra storia di una famiglia di una cittadina della provincia russa, è imperniato sull'acerrimo contrasto, che arriverà al parricidio, tra l'odiato Fedor (''un buffone tristo e niente più'') e i suoi tre figli legittimi, Dmitrij dai sentimenti e comportamenti estremi, Ivan raffinato e ateo, e Aleksej sensibile e capace più di tutti di capire gli altri, cui si aggiunge l'illegittimo Smerdjakov ridotto a servitore. La forza del romanzo è però sorretta dalla varietà e profondità dei complessi e contraddittori rapporti dei fratelli, anche nei loro incontri con una serie di donne, a partire dalla bella e altera Katerina e dalla sensuale, debole e ambigua Grusen'ka. Questo grande ''romanzo di idee'' etico e in perenne oscillazione, come Alesa, tra l'essere toccato dalla grazia e il cedere alla propria umana miseria morale, riesce a far emergere dal racconto il complicato mondo interiore, psicologico, dell'uomo, di ognuno dei suoi personaggi, che non sono in grado di analizzarlo ma ci si confrontano e lo risolvono ognuno a suo modo. Così, uno scrittore di oggi, amante del paradosso, dell'umor nero e dalla vena scettica come Kurt Vonnegut, lo definisce il ''libro che può insegnarti tutto quello che serve sapere sulla vita'', su noi stessi. 

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