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Lapis e porfido, alla Borghese un '600 di pietre e colori

In mostra l'avventura di un secolo d'arte tra simboli e natura

 (ANSA) - ROMA, 24 OTT - Progettato come la facciata di una chiesa, sfavillante di ori e di argenti con le colonne in lapislazzuli e gli intarsi di ogni colore, il grande stipo che fu dei Borghese abbaglia e stordisce con il suo tripudio di legni pregiati, marmi, pietre dure. Un capolavoro di arte e di lusso , un "regalo da principi" che doveva stupire gli occhi e stuzzicare la fantasia con l'arte raffinata dei suoi meccanismi, i piccoli cassetti in pietra, i nascondigli segreti. Alla sua sinistra brilla invece la monumentale Madonna con Bambino di Francesco Albani. Dipinta, sì, ma sulla pietra, con le figure che si stagliano sul buio di un pezzo di lavagna che sembra portare all'estremo la profondità dei neri di Caravaggio.

 

 

 

    Partita dalla collezione del museo che fu la casa di Scipione Borghese, lui per primo ineguagliabile collezionista, riflette sull'uso delle pietre e dei colori esploso tra Cinquecento e Seicento con il diffondersi della pittura su pietra, "Meraviglia senza tempo. Pittura su pietra a Roma tra Cinquecento e  Seicento", la raffinata mostra che si apre dal 25 ottobre al 29 gennaio del 2023 alla Galleria Borghese.  "Un argomento che potrà interessare molto e anche stupire i visitatori così come stupiva i committenti secenteschi per la grandiosità e la ricchezza di questi oggetti e di questi dipinti", dice la direttrice della Borghese Francesca Cappelletti, che insieme a Patrizia Cavazzini ha ideato e curato il racconto di questo momento particolarissimo dell'arte con oltre 60 opere, alcune già in collezione a cui si aggiungono pezzi rari e pregiati prestati da musei di tutto il mondo, come lo stipo dei Borghese, appunto, che poi finì nel castello dei Windsor e oggi è del Getty Museum di Los Angeles.
    Da Sebastiano del Piombo, che proprio della tecnica di pittura su pietra sembra sia stato l'inventore (agli inizi del '500 con la messa a punto di uno speciale mastice capace di sigillare il supporto in pietra per rendere possibile poi la stesura dei colori ad olio) al Bronzino con un ritratto di Cosimo de Medici pennellato sul prezioso porfido rosso, fino alle opere di Antonio Tempesta e Filippo Napoletano, i più abili di tutti nell'usare le screziature delle pietre dure come sfondo per incredibili paesaggi sacri e scene di caccia, nelle otto sezioni in cui si articola il percorso si scopre di tutto, dai ritratti dei potenti, come quello di Cosimo, in cui lo sfondo di pietra doveva richiamare la longevità dell'impero romano, alla bellezza femminile , anch'essa 'fermata' e resa eterna dal supporto di pietra, fino alle vite dei santi o alle figure devozionali che grandi pittori come Carlo Saraceni o Orazio Gentileschi pennellano su cieli dorati illuminati dalle trasparenze dell'alabastro.
    Uno sfoggio di lusso e di abilità dietro cui c'era senz'altro un po' di moda, spiegano le curatrici, nata dalla passione dei collezionisti di allora per le pietre dure. E forse il desiderio, dopo l'orrore e la devastazione del sacco di Roma, di rendere più duraturi i capolavori della pittura, di dar loro eternità come alla scultura. Ma c'è anche un gioco di rimandi e di riflessioni sui simboli della materia, fa notare Cavazzini.   Per cui in ognuno di questi paesaggi o di questi ritratti la pietra scelta come supporto è il simbolo o la metafora di qualcosa, offre un significato nel significato, una sorta di sotto testo ben chiaro ai signori che avevano commissionato l'opera così come a quelli chiamati ad ammirarla, il porfido che evoca la potenza e l'immortalità dell'impero romano, per esempio, come il lapislazzuli che sottolinea la magnificenza e la ricchezza dei re di Francia. Senza dimenticare il dialogo e il confronto con la Natura, un altro degli elementi che tornano con insistenza in questi oggetti pieni di meraviglia, opere che erano fatte per essere ammirate e anche toccate, nella maggior parte dei casi, osservate da vicino per carpirne i particolari.
  A dispetto del desiderio di eternità, il tempo alla fine dimostrò che erano fragilissime e forse per questo, alla metà del Seicento, arrivò il declino. Resta il fascino di un'avventura artistica e intellettuale "che avvicina l'abilità dell'artista all'energia creativa della natura", si appassiona Cappelletti. Un'alleanza, spiega, "che questa mostra cerca di riportare al centro del nostro sguardo e del nostro pensiero" (ANSA).

   

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