L'Hypervenezia di Peliti in mostra a Palazzo Grassi

La forma a 'pesce' della città in 400 foto in bianco e nero

di Roberto Nardi VENEZIA

"Quella che ci viene mostrata è una sorta di realtà oltre la realtà" dice il direttore Bruno Racine, davanti alle circa 400 immagini in bianco e nero di Venezia che, una attaccata all'altra, compongono una linea ininterrotta che si snoda lungo le pareti di Palazzo Grassi, una delle due sedi lagunari della Collezione Pinault, riaperta al pubblico dopo sei mesi di lavori con una mostra, "Hypervenezia", dal 5 settembre al 9 gennaio 2022, omaggio a una città che festeggia i 1600 anni dalla sua fondazione. L'esposizione, suddivisa in tre sezioni - una è una installazione video con oltre 3.000 foto accompagnate dalla musica di Nicolas Godin -, presenta per la prima volta al pubblico parte del "Venice Urban Photo Project" avviato e realizzato dal 2006 da Mario Peliti, architetto- editore romano con casa all'isola della Giudecca, teso a mappare sistematicamente Venezia con le sue fotografie, con l'obiettivo "di raccogliere il più ampio e organico archivio di immagini della città mai realizzato".

In 15 anni, Peliti ha realizzato circa 12 mila immagini, ma la ricognizione fotografica di Venezia dovrebbe concludersi nel 2030 - sarà creato un fondo digitale del progetto presso L'Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentrazione e la Sovrintendenza Archeologica. Belle Arti e Paesaggio per l'area metropolitana di Venezia - e mai avrebbe pensato di mostrarle al pubblico: "da quando si è parlato di questa mostra non ho più dormito". Tutte le foto sono e saranno realizzate sempre con la stessa modalità di ripresa: bianco e nero, senza ombre portate e senza persone. Stesso obiettivo per le orizzontali, un altro per le verticali. Proprio l'assenza di ombre e persone crea di fatto in chi guarda un senso di straniamento, una inquietudine su ciò che viene mostrato, su un reale che può sembrare finzione. Non è una Venezia con la piazza, le calli e i campielli vuoti di persone a causa della pandemia e del lockdown del 2020 quella colta da Peliti; è una rilettura del centro storico, nella sua immaginane a forma di pesce, una città reale, fatta da una sequenza di case, palazzi, canali, infrastrutture volutamente immortalati privi di vita fin dal 2006.

"La mostra immersiva Hypervenezia - spiega il curatore Matthieu Humery -, attraverso l'installazione di una lunga sequenza di immagini e la ricostruzione di una 'mappa fotografica' (900 immagini geolocalizzate), invita a chiedersi una volta per tutte se la fotografia non sia innanzitutto, o anche, una finzione, anche quando traduce scrupolosamente il reale. Un'ipotesi e al tempo stesso un gesto estetico e poetico". Il prefisso "Hyper" al titolo della mostra indica che bisogna andare oltre. Questa Venezia vuota, allora, nelle parole dell'ideatore del progetto, diventa un grido di angoscia, una messa in guardia di fronte al progressivo calo di abitanti, davanti a palazzi carichi di storia che rischiano di perdere la loro anima, chi li abita.

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