Moda

Pret-a-reporter, come Kate Middleton riutilizzare abiti è cool

Basta shopping compulsivo, la capsule wardrobe è chic. Si può essere alla moda con 12 - 37 abiti

Kate Middleton al matrimonio di Harry e Megan con lo stesso abito usato per il battesimo della figlia Charlotte © AP
  • Redazione ANSA
  • 16 luglio 2019
  • 10:32

Se per la protagonista di Sex & The City, Carrie Bradshaw, un armadio gigantesco era addirittura meglio di un diamante, per le ragazze di oggi non è affatto così: la guerra al concetto di “monouso” e ai guardaroba straripanti è iniziata. È giunto il momento di dire addio all’abitudine di comprare capi e lasciarli anni appesi a una gruccia con tanto di cartellino, oppure indossarli una sola volta per una grande occasione. Spazio, quindi, al riutilizzo e a una nuova tendenza che ha già contagiato reali e celebrities, il Prêt-à-Reporter. Tra le regine di questo trend spiccano Anna Wintour e Kate Middleton che in più di 70 occasioni ha scelto abiti già indossati in precedenza.

- E dagli Usa arriva anche il fenomeno Fashion Renting, il noleggio degli abiti

Il concetto è molto semplice e segue la filosofia del “less is more”: comprare meno, ma prestare più attenzione a manifattura e qualità per arrestare la produzione di rifiuti. Ogni ora in America si gettano circa 20 kg di vestiti, una quantità sufficiente per riempire tre piscine olimpioniche secondo il libro “Overdressed: the shockingly high cost of cheap fashion”. Uno spreco alimentato soprattutto dal fast fashion che produce capi spesso dismessi in meno di un anno, d’accordo con uno studio della Ellen MacArthur Foundation. Sposando lo Slow Fashion, che predilige l’acquisto di capi necessari, di qualità e prodotti in modo sostenibile, questa tendenza promuove la scelta di un numero limitato di abiti che, proprio per la qualità dei materiali, possono essere riutilizzati con stile e adattati ad ogni occasione variando gli accessori.
È quanto emerge da uno studio condotto da Espresso Communication per Bigi Cravatte Milano su un panel di esperti e su oltre 30 testate internazionali dedicate a tendenze e attualità nei campi della moda, del lifestyle e della sostenibilità per scoprire come si sta evolvendo il guardaroba degli italiani.

Ma quali sono le regole per avere un guardaroba in pieno stile Prêt-à-Reporter? Come riportato dal Washington Post, bisogna fare acquisti ponderati, provare sempre ogni capo e scegliere soltanto quegli indumenti che fanno sentire a proprio agio. Attenzioni che permetteranno di avere un capsule wardrobe, un armadio composto da pochi abiti, essenziali e versatili, che possono essere indossati in qualsiasi occasione con l’aggiunta di qualche complemento, secondo la definizione data negli anni ’70 dalla sua fondatrice, la londinese Susie Faux. Sul numero dei capi che un capsule wardrobe deve possedere gli esperti si dividono: secondo Faux dovrebbero essere 12, mentre c’è chi afferma che la cifra perfetta sia 37. L’importante resta, però, ridurre, darsi un proprio limite e cercare di non superarlo. Tra i vantaggi di questa filosofia, non solo un drastico taglio alle spese, ma anche un netto risparmio di tempo e la fine del dilemma mattutino sulla scelta dell’outfit come suggerisce l’Indipendent. Il tutto senza alcuna rinuncia in termini di stile ed eleganza e riducendo lo spazio occupato dai vestiti tanto a casa quanto in valigia. Prima di procedere all’acquisto è necessario anche, come sottolinea il New York Times, comprendere quale sia lo stile appropriato al proprio luogo di lavoro poiché vestirsi adeguatamente ha un forte impatto sulla psicologia dell’individuo e gli permette di sentirsi a proprio agio, integrarsi e raggiungere gli obiettivi stabiliti.

Il Prêt-à-Reporter dimostra anche l’attenzione dei consumatori nei confronti della sostenibilità, un’attitudine piuttosto recente come spiega Luisa Leonini, professoressa di Sociologia dei Consumi presso l’Università degli Studi di Milano: “L’attenzione dei consumatori nei confronti della sostenibilità inizia nel 2000 quando nasce il fenomeno della moda etica a favore del made in Italy e dell’intero processo produttivo del bene. Dal 2016 in poi è cresciuta anche l’attenzione al riuso nel settore dell’alta moda e allo sviluppo dell’economia circolare, con una ricaduta diretta sulle scelte legate a una maggiore qualità e una minore quantità dei capi prodotti”.

Pensare che riutilizzare più volte lo stesso abito sia una caduta di stile è quindi un vero errore: lo dimostrano celebrities note per il loro buon gusto e la loro raffinatezza. È il caso della duchessa di Cambridge Kate Middleton, eletta regina del “riciclo” proprio per la sua decisione di re-indossare in più di 70 occasioni abiti già sfoggiati in precedenza. Famoso è il riutilizzo dell’abito color crema scelto per il battesimo di Charlotte e sfoggiato nuovamente alle nozze di Harry semplicemente variando gli accessori o l’aggiunta delle spalline alla mise già esibita nel 2017 e riproposta con un piccolo ritocco sartoriale al Gala della National Portrait Gallery nel 2019.

Tra i paladini del Prêt-à-Reporter si annoverano anche la regina Letizia di Spagna, Cate Blanchett, Brad Pitt e persino un’icona come Anna Wintour. A far cadere il tabù del riuso il giorno delle nozze è stata invece l’attrice Keira Knightley, come riporta il magazine L’Express, che per il sì ha scelto un mini abito in tulle già indossato per partecipare a un party nel 2008. Una tendenza sempre più diffusa tra le spose che scelgono di percorrere la navata indossando vestiti stupendi, rassicuranti e rigorosamente nelle tonalità di bianco, panna e avorio ma che non nascono come abiti da sposa. Per quanto riguarda lo sposo, invece, la scelta migliore è un abito di sartoria a tre pezzi, composto da giacca monopetto, gilet e pantaloni. Fondamentale è poi la scelta della cravatta, accessorio più versatile rispetto al papillon, la cui qualità, forma e tonalità possono elevare il look e fornire allo sposo un accessorio su cui fare affidamento anche dopo il grande giorno. “Rispetto a qualche anno fa, i consumatori sono oggi più consapevoli e attenti all’impatto ambientale. – spiega Stefano Bigi, amministratore unico di Bigi Cravatte Milano – In azienda perseguiamo la qualità producendo dal 1938 cravatte durevoli, riutilizzabili e sostenibili; per farlo abbiamo mantenuto invariato il processo di produzione artigianale che ci contraddistingue sin dalla nascita e tutti i prodotti sono interamente realizzati a mano dalle nostre sarte, molte delle quali lavorano a domicilio. Oltre a prediligere la qualità, nella scelta della cravatta occorre orientarsi verso fantasie intramontabili come righe, punti spillo e tinta unita, veri e propri evergreen che possono essere utilizzati per anni semplicemente giocando con accostamenti diversi”. Ed è proprio la cravatta secondo Maura Franchi, docente di Sociologia dei Consumi e della Comunicazione all’Università degli Studi di Parma, a incarnare a pieno i principi del Prêt-à-Reporter: “Ci sono tre dimensioni interessanti all’interno di questo trend. La prima è la personalizzazione: in un tempo in cui tutto appare accessibile, con una rapidissima omologazione anche dell’abbigliamento di lusso rivisitato in chiave più democratica, capi iconici come la cravatta rispondono ancora al bisogno di personalizzazione e di identità. La seconda dimensione è l’estetizzazione: la cravatta è un oggetto unico che ha una dimensione vintage di recupero del passato e pone l’attenzione su specifici dettagli. Infine ha una dimensione simbolica forte ed esprime affidabilità, fiducia e autorevolezza”.

Un futuro sempre più green attende dunque la moda a patto che si rispettino alcune condizioni. Come sottolinea Dario Padovan, professore di Sociologia dei Consumi e Sostenibilità presso l'Università degli Studi di Torino: “I piccoli guadagni in fatto di sostenibilità realizzati grazie alla produzione di beni sostenibili vengono compensati dall'aumento di un'enorme massa di beni non sostenibili e a basso costo: non vi è una sostituzione, quanto piuttosto un'aggiunta della possibilità di scelta all'interno della medesima offerta. Vi sono due strategie per fare davvero la differenza in questo senso: una pianificazione calata dall'alto, che risulterebbe però poco condivisa, o l’innesco di un processo accelerato in virtù del quale le imprese stringono un patto per combattere il cambiamento climatico e decidono tutte insieme di muoversi all'unisono verso la sostenibilità”. Secondo Manuela Rubertelli, professoressa della School of Design del Politecnico di Milano, invece: “Un approccio dal basso volto a elevare il livello di cultura e a fornire maggiori informazioni alla popolazione è lo strumento per rendere i clienti più critici sulle tipologie di consumi e più consapevoli sul contenuto dei messaggi pubblicitari a loro rivolti”.

  • Redazione ANSA
  • 16 luglio 2019
  • 10:32

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